Come rugiada nella mattina di un giorno di luglio, caldo e limpido, la cattiveria trasuda da ogni stelo d’erba, si raccoglie in gocce che stillano verso terra, salvo poi ritornare alle pietre, alla sterile sabbia, al fertile humus e alla sua trama di radici e di ife.
Io c’ero quel giorno che la cattiveria emerse da ogni foglia, da ogni fiore, e dal momento in cui ne ho sentito l’umida presenza sulla pelle, ho temuto, e temo tutt’ora, di essere dannato per sempre.
Tutti i passi che ho fatto mi hanno condotto lì, ad incespicare in un morbido prato, senza ragione, e a ritrovarmi incapace di tornare indietro, e quindi a proseguire ancora in quel lieve tormento, bagnandomi di un veleno cristallino che m’ha attraversato la pelle, s’è insinuato nel sangue e m’ha stretto il cuore in una morsa silenziosa – ed è lì che ho provato il vero dolore, il dolore lancinante della coscienza.
Ora che sono perduto, so che solo una grazia mi potrà salvare.

valgrande_orrore

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5 pentagoni e poi, se si vuole, un sesto sulla cima.
10 triangoli, di cui 5 sulla base, e 5 a formare, superiormente, una corona rovesciata.
La base è un decagono, 10 sono i suoi lati.
Al suo Centro, il focolare. Il fuoco, come un cuore, è al centro che deve bruciare.

5 pentagons and, if you want, a 6th one on the top.
10 triangles, 5 of them at the basis, and 5 others forming, superiorly, an inverted crown.
The basis is a decagon, 10 are its sides.

At the Center, you find the fireplace. As the fire – like a heart – has to burn at the center.

cupola_1

Scheletro di un sogno, la creatura dalle 16 facce si è insinuata nel mio cervello, ne ingoia le pareti molli e le trasforma in tanti piccoli cristalli a sé medesima uguali. E a me non resta che sognare la creatura dalle 16 facce, il sogno che desidera farsi corpo per far sorgere nuovi sogni e quindi nuovi corpi.

This is the skeleton of a dream : and this 16-sided creature came inside my brain, eating my soft walls, and transforming them in many little crystals, each one similar to it.
To me is only the dream of the 16-sided creature, the dream that asks being a body, growing up new dreams and then new bodies, and so on..

cupola_2Quando penso ai suoi spigoli, mi sovviene l’antico orrore per il Numero, inconoscibile, eterno, immutabile : se già mi coglie l’inquietudine al pensiero dei cento e otto gradi dell’angolo interno di un pentagono, o dei sessanta gradi del triangolo equilatero, ecco sopraffarmi il timor panico, presa coscienza della condanna infernale che mi aspetta : considerato uno dei suoi angoli diedri, l’eterna ricerca dell’ultima cifra decimale.
Ma le promesse di questi suoi spigoli! Promesse di chiudersi in forma finita, vero corpo che protegge, che dà conforto e calore. E’ grazie a queste promesse che ogni terrore si dilegua, e mi accingo a compiere l’atto sacrilego.
Perciò chiuditi forma, su questa terra che non ha fatto in tempo a conoscere l’uomo, che già egli s’è dileguato ; perdonami, terra, l’arroganza della Geometria e dell’Idea che porto con me. Sarò gentile con te, è la mia promessa ; e tu per me, così aspra e selvaggia, diverrai Giardino.

When I think about its edges, I feel again the ancient fear for the Number, impossible to know, eternal, immutable : the thought of the 108° of the internal angle of a pentagon already worries me, or the 60 degrees of the regular triangle ; but when I think about the driedral angles, the fear overwhelms me, as I’m conscious that this angle will never be known, and I’ll spend my eternity, as a infernal punishment, trying to reach the last digit of the number.
But the promises of those edges! They promise a finite form closure, real body that protects, give comfort and warmth. Thanks to this promises, every fear disappear, and I feel ready for the sacrilege.
So please, close yourself form, close over this earth that had no time for knowing the man, that he already disappeared ; forgive me, earth, for the arrogance of the Geometry, and the Idea I bring with me. I will be gentle with you, it’s my promise ; and you for me, so rude and wild, will be Garden.

NB : BOZZA ERRONEAMENTE PUBBLICATA. POST INCOMPLETO E SUSCETTIBILE DI MODIFICHE
Scrive Thoreau:
«Perdersi nei boschi, in qualsiasi momento, è un’esperienza sorprendente e memorabile, e insieme preziosa… è solo quando ci siamo completamente perduti che apprezziamo la vastità e la singolarità della Natura.
Ogni uomo deve imparare da capo le direzioni della bussola, ogni volta che si risveglia sia dal sonno che da qualsiasi astrazione.  Solo quando ci siamo perduti, in altre parole solo quando abbiamo perduto il mondo, cominciamo a trovare noi stessi, e a capire dove siamo, e l’infinita ampiezza delle nostre relazioni».

A queste belle parole vorrei aggiungere le considerazioni, a latere a posteriori, circa il sentimento del perdersi da parte di una persona di mia conoscenza in tempi relativamente recenti, allorquando si è persa in un posto di mia conoscenza.
Questa persona, che ha scelto di rimanere nell’Anonimato, si è trovata ad esplorare il relativamente esteso versante settentrionale del monte Grassino, una delle poche cime interne al territorio della Valgrande – le altre essendo le ben più celebri Mottac e Pedùm (con le contigue Sasso, Tuss e cima di Campo), oltre alle minori Turi, Loviga, motta di Campo e pizzo Lazzaretto (salvo altre che posso aver dimenticato).
Il monte Grassino separa l’alta Valgabbio dalla val Serena, il lungo crinale in direzione W-E scende dalla cima fino alla docile Colletta, sella che mette in comunicazione le due valli Gabbio e Serena, salvo poi risalire fino a formare il panoramico pizzo Turi, esteso terrazzo sulla regione dell’alta Valgrande. Il rio Serena è costretto a costeggiare da S questa propaggine del Grassino e nell’ultimo suo tratto, allorquando incontra il rio Valgabbio, scorre tra i due versanti ripidissimi del già menzionato pizzo Turi, e quello anche più ripido dell’adiacente cima Loviga.
Questa drammatica porzione finale della val Serena, che per nulla lascia presagire le dolcezze della sua parte più alta alle quali è probabilmente dovuto il nome che porta, si lascia osservare all’incirca a metà strada del sentiero che va dal bivacco Valgabbio a In La Piana, un po’ prima (venendo da Valgabbio) della località chiamata non so perché “Vignetta”.
Dall’altra parte del crinale, s’è detto, scorre il rio Valgabbio. Se del rio Serena non posso dire granché, perché l’unico sentiero comune che vi si avvicina lo fa per il breve tratto dalla Colletta all’alpe Serena, il Valgabbio al contrario è accompagnato dal sentiero che dal bivacco omonimo raggiunge le località Borgo delle Valli prima e alpe Valpiana (miseri ruderi) poi, per risalire infine ai bei pascoli di Quagiui.
Alla sinistra idrografica del rio Valgabbio non si può parlare di un versante meridionale: semmai si apre un ventaglio di valli laterali anche piuttosto estese (in ampiezza ma soprattutto in lunghezza), in primis la valle del Ragozzale o val Scrivalone, cui è adiacente la valle dei Locc e quindi una sequenza di vallette più ripide e brevi e credo anonime che termina col fornale di Quagiui.
Le creste alla testa di queste valli delineano il lungo confine che separa l’alta Valgrande dalla piana ossolana, all’altezza di Beura (il versante ossolano di questa catena di rilievi è noto in sintesi come “valli dell’Ogliana”).
La destra idrografica si presenta invece quasi come un unico versante ben compatto, esposto grossomodo a N, solcato (oserei dire rigato) al più da riali di secondaria importanza, salvo un solo rio che s’insinua in una profonda valletta probabilmente anch’essa privo di nome. Questo lo si può indicare in buona approssimazione e sintesi come il versante settentrionale del monte Grassino, ed è il teatro della vicenda che si andrà raccontando a breve.
Questo versante, s’è detto, si presenta piuttosto compatto, come composto di tre facce triangolari di un diedro, che hanno come vertice in comune la cima del Grassino: la prima faccia (seguendo il corso del Valgabbio) coincide con un versante uniforme, solcato dai riali già citati, fiumiciattoli senza nome, a regime assai variabile, spesso in secca. Le altre due facce corrispondono ai due versanti della valletta anch’essa già citata, percorsa dal riale senza nome come la valletta, di cui s’è detto altresì che è possibile osservare ad un certo punto nel percorso che va da Valgabbio a Borgo delle Valli.
Alzando un po’ lo sguardo si intravede – di tra le chiome degli alberi – il brioso riale formare un paio di graziosi scivoli d’acqua, cioè di quei turbolenti imbiancamenti del flusso corrente che, incontrando sotto di sé una porzione estesa di roccia ripida e compatta, detta in genere placconata, non si posson dire ne rapide ne salti ne tantomeno cascate.
Di questi bei flussi si possono osservare anche in valle Biordo, tanto per fare un esempio, ma torniamo subito al compatto versante settentrionale del monte Grassino, in fondo al quale scorre il Valgabbio: preme ora dare qualche indicazione sulla presenza umana in questa piccola-grande porzione del piccolo-grande cosmo valgrandino.
Effettivamente, ad una veloce ricognizione di tutti i tipi di versante a me noti che offre il territorio, quello considerato ora per conformazione, altitudini, ripidità ed estensione trova pochi eguali, anzi forse uno solo: è il sistema delle vallette che si fa ricondurre al cosiddetto riale Ancino, nel medio corso del rio Valgrande, alla cui base si trova il romìto bivacco di Orfalecchio.
Alcuni potrebbero prendere in considerazione anche la porzione in corrispondenza del basso corso del Valgrande, da Montuzzo a Velina, esteso e popolato da numerosi alpeggi, ma io dissento sia per la eccessiva densità di abitati (seppure, fatta eccezione per Velina, si tratti sempre e comunque di ruderi, sia chiaro), sia per le quote minori, ma soprattutto per la vegetazione: tra Montuzzo e Velina infatti è di casa il castagno, mentre sopra Orfalecchio il faggio la fa da padrone, e nel versante del Grassino oltre al faggio, comunque ubiquitario, trovano spazio anche abeti e larici.. e tutti sanno quanto sia più fascinosa la silente natura della faggeta.. e ancor di più quando la monotonia del suo impero è spezzata qua e là da enclavi di fragili betulle, o di conifere misteriose..
BOSCO DUNQUE

nella sua 3a versione (aggiornamento in corso.. ; 28/5/2017)
http://video.repubblica.it/cronaca/reinhold-messner-compie-70-anni-il-mio-alpinismo-e-fallito/176505/175208
messner_interviewSi ascolti in particolare da 1:40 in poi. Quanti conoscono un minimo la realtà del Parco Nazionale Valgrande, potrebbero istituire un utile confronto ; si ritroverebbero in buona parte le ragioni per cui mi spingo in quei luoghi perlopiù in solitaria, lontano dalla civiltà dalle comodità, zero tacche di campo, etc etc. Nell’intervista Messner racconta la propria generazione, post-bellica e a suo dire fortunata perché animata dalla speranza, e la confronta con le astratte generazioni più recenti – sottintendendo che queste ultime la speranza l’abbiano persa.
Ma non è questo il punto : si può dire che in Valgrande tutto sia rimasto come dopo la guerra? Che il dopoguerra non sia mai finito laggiù, e che sia ancora in buona parte possibile quella dimensione dell’ “eccezionale” che secondo Messner ha abbandonato persino le più remote lande himalayane ? Penso di sì. Per esempio, dagli anni del cosiddetto “Nuovo Mattino” ad oggi non so in quanti si siano azzardati a piantare un chiodo sulla roccia valgrandina. E poi basta pensare al ben noto fenomeno della “wilderness di ritorno” per convincersene ulteriormente.
Congelata all’immediato dopoguerra, o più in fase di ritorno alle origini, e quindi congedatasi definitivamente da ogni tempo storico, non c’è ne ragione ne modo, a parere mio, di ristabilire quello che è il suo passato. Il passato deve essere conservato, questo senza dubbio, perché parte del valore del Parco sta anche nella testimonianza storica, ma non rievocato, ne a maggior ragione ha alcun senso ripristinarlo.
Un’altra operazione, credo persino delittuosa, potrebbe essere quella di ricondurla al presente, cioè di contestualizzarla secondo le coordinate proprie del presente. Bieco marketing, nelle soluzioni più riuscite ; per quelle peggiori, ovviamente si potrebbe parlare di contraffazione.
Queste considerazioni spingono a pensare ancora una volta la Valgrande per ciò che probabilmente è: luogo di resistenza. Essa cioè incita a una ulteriore forma di resistenza, dopo quella che fu fatta con le armi : una resistenza molto più sottile, ovviamente meno esplicita, e non-violenta.
La resistenza cui spinge il territorio della Valgrande per la propria stessa morfologia non è rivolta necessariamente al presente, alla civiltà presente cioè, ma potrebbe riferirsi a un qualunque tipo di civiltà. Per lungo tempo il territorio selvaggio è stato un ricovero o nascondiglio per quanti sono stati posti fuori dalla civiltà, gli “ex-leges”, ie “fuorilegge”, oppure esuli, eremiti etc.

Dal “contempto mundi” al godimento del naturale
Il contempto mundi, il “disprezzo per il mondo”, è sentimento antico quanto l’uomo : ma da espediente di fuga e rifugio, il territorio Valgrandino, in quanto uno dei luoghi eccelsi dove le forze della natura trovano modo di esprimersi liberamente e compiutamente, diventa irresistibile polo attrattivo, di un’attrazione che fugge da qualsivoglia oziosa considerazione di socio-, psico-politica etc etc.
Anche questa attrazione, elevabile a vero e proprio sentimento, pare sia stata codificata e ricondotta nella sua forma più autentica grossomodo al secolo XVIII, un po’ prima che le svenevolezze romantiche, viziate di medievalismo e ascetismo, ne facessero una parodia più o meno riuscita.
Se si vuole abbandonare il secolo XVIII e si vuole ritrovare questo sentimento nella sua forma più pura, probabilmente bisognerebbe riprendere in mano i diari di grandi o piccoli esploratori dei secoli XIX e XX, e lasciar perdere la letteratura.
Il mio sospetto è che quello che forse sfugge tanto al letterato di qualsivoglia stagione letteraria quanto (ancor di più) al comune visitatore dei luoghi “selvaggi”, e che invece a mio parere possono cogliere tanto l’esploratore quanto l’asceta, è che la “civiltà” – per riprendere il discorso iniziato a fine del paragrafo precedente – si intromette in maniera molesta tra l’uomo e la natura, con tutto il suo portato di riti, culture, forme mentali e via dicendo.
Del resto è noto che l’atto di civiltà è un atto contro natura. Ma nel contesto molto più umile del singolo individuo che vuole godere di quanto la natura ha da offrirgli, si può dire che l’atto di civiltà rompa l’incanto che prova colui il quale vuole il luogo tutto per sé, come fosse la donna amata.
L’atto più semplice, e non di meno il più molesto, è l’atto linguistico. Non so quale voce della natura sia in grado di fronteggiare lo stridio un po’ cretino del modaiolo, quand’anche animato dalla migliore buona fede, o del turista che misura ogni cosa in funzione di se stesso, costui invece privo di ogni alibi. La solitudine (purtroppo?) credo rimanga una triste ma imprescindibile condizione per godere di ciò che è selvaggio e azzardo persino comprenderlo.
L’Altro, quello maiuscolo, sparisce quando di fianco a te c’è un altro (quello minuscolo) : mi riesce difficile pensare a delle eccezioni, a un giusto equilibrio.
Quando c’è un altro con te, risulta più difficile cogliere il volo di un pipistrello all’imbrunire, o
La solitudine si porta con sé un desiderio di intimità.
Ma io non voglio parlare di questo. Voglio parlare del sentimento che si prova di fronte al selvaggio. Ne parlava giustamente Messner : in una dimensione di qualche ordine di grandezza inferiore, c’è la stessa percezione del selvaggio in un qualunque viandante che si addentri nelle tortuose vallecole della Valgrande.
In tali occasioni la collettività è un intralcio, e una stortura sottoporsi alle pochezze del linguaggio altrui quando ti si para di fronte il portale spalancato di un reame affrancato da ogni linguaggio.
Ma c’è ancora qualche povero di spirito che si azzarda ad etichettare qualunque dissidenza solitaria come una possibile declinazione del modo di vivere cosiddetto “romantico”.

Ma tornando al linguaggioin natura il linguaggio non esiste. Senso e significato, semantica, lessico, sintassi, queste sono tutte cose dell’uomo.
Con linguaggio intendo qualcosa di più ampio possibile, oserei dire un vero e proprio sistema di pensiero, una forma mentis.
Quando un gruppo di persone socialmente attive entrano in un santuario della natura, portano con sé la propria attività sociale ; e le forze ordinarie della natura (s’intende : quelle non-catastrofiche, che perciò sono le forze favorevoli alla vita) difficilmente riescono a minare l’integrità di questi legami linguistici, che vengono continuamente e assiduamente rafforzati da scambi, battute, brevi discorsi, osservazioni, risate, tutta quella serie cioè di atti linguistici che inevitabilmente specificano la nostra dimensione sociale.
In definitiva, la domanda che ci si deve porre è la seguente : quale natura è davvero in grado di creare quel valore superiore, che è il silenzio ?
La ridicola arroganza di donne e uomini che si recano nel luogo sacro è la presunzione di portare se stessi, e quindi di considerarsi presenze : «Eccomi!» esclamano. «Quand’è che ve ne andate?» risponde il luogo. Il loro linguaggio lo irrita.

“Padre nostro, liberaci dal linguaggio, e donaci il silenzio”
A me, che del linguaggio non faccio un culto ma poco ci manca (purtroppo, un poco che è comunque decisivo), occorrono più giorni per disfarmi (che tortura!) del linguaggio. Il linguaggio è pensiero e il pensiero è, tutto sommato, allentamento paziente delle catene che ci opprimono. In altre parole, dapprincipio il linguaggio ci domina. Se vogliamo liberarcene, dobbiamo esserne padroni.
Non bisogna farsi troppe illusioni: c’è una malattia diffusa, acuita ancor di più dall’essere italiani, razzaccia di pessimi vizi e abominevole pensiero. L’occidente langue, il futuro è sempre più incerto. Il linguaggio ci domina.
Una volta liberati dal linguaggio, scoperta un minimo la propria interiorità, abbiamo di fronte l’unica vera esperienza che nobilita l’uomo posto di fronte alla natura, nuda e indomita: la comprensione. Cosa significa “comprensione”? Significa anzitutto rispetto. Rispetto significa anzitutto rinuncia al linguaggio, poiché sono di fronte a una realtà che non conosce linguaggi : perciò falla finita col tuo stupido chiacchierare.
Si considerino certi rituali di purificazione, che venivano effettuati prima di entrare nei luoghi sacri (nei santuari). Liberarsi del linguaggio significa dunque purificarsi per poter entrare degnamente nel luogo sacro, che è il luogo dell’irrazionale, che è il luogo quindi del non-linguaggio, del non-discorso!
Il 30 di agosto dell’anno 2014 son dovuto (mio malgrado) entrare in una chiesa. Il prete ha esortato i fedeli (e non) a spegnere i cellulari. Ebbene, io avevo tolto la vibrazione ma per rispetto ho spento il mio cellulare: avevo capito.
Nella mia Chiesa, dove ascolto le mie Messe, il cellulare non ha campo, e il prete non ha linguaggio, o forse non c’è nemmeno.

(*) = «L’uomo intelligente, quello che non sarà mai d’accordo con nessuno, deve applicarsi ad amare la conversazione degli imbecilli e la lettura dei brutti libri. Ne trarrà amari godimenti che compenseranno ampiamente la sua fatica» [Baudelaire, Mon coeur mis a nu, XLII].

Da qualche tempo ormai mi sono convinto che un sentimento sia fatto di carne, che sia accrescimento del corpo ancor più che espressione della mente o della psiche. Anzi, la parola “mente” sta forse scomparendo dal mio vocabolario: mi accingo a sostenere che il sentimento abbia la consistenza del muscolo, e non tanto in virtù di un machismo che non mi appartiene, ma perché le proprietà che individuo nel sentimento mi sembrano proprie di un corpo fatto di carne.
Lo percepisco anzitutto come fonte di calore, come nucleo caldo che si accresce e che si tramuta via via nella stessa sostanza materiale di cui ho percezione ed esperienza nella carne, e so per certo che si tratta di una cosa viva che viene da me, una provincia interna del mio impero le cui terre sono coperte di foreste rigogliose. Un confine di questo impero – non il solo confine, dunque – è il mio volto, un volto che non sembra più fatto per comunicare con gli uomini, un volto che non vuol più essere confine: poiché del mio volto posso dire che andrà vedendo, udendo, gustando, annusando e altresì tastando cose meravigliose.
Di che piccola natura è fatta la mia anima, se la penso mia, se la penso come un dono fattomi da qualcosa o qualcuno, se penso che sia giunta da qualche luogo che non è in questo mondo.
Ma quanto poco c’è di mio, nella mia anima, e quanto invece c’è del mondo..
Perché mortificarmi? Perché pensarla prigioniera di un corpo? Perché pensarla smarrita e soave, quando è soltanto la radice di una pianta? Cresce anche un’anima come cresce il corpo, cresce finché il mondo la rende partecipe dei suoi orrori e delle sue meraviglie (ma che differenza tra un orrore e una meraviglia?), cresce finché trova nutrimento, prospera come prospera un corpo, prospera di un’aria buona, di un’acqua buona, come florido è un corpo che respira un’aria e beve un’acqua limpide e pulite. Morirà come muore il corpo? Si decomporrà come la radice di una pianta? Ma che importanza ha chiederselo? Bisogna essere grati, e niente più. Penserà ancora quest’anima, penserà per sempre? O giacerà soltanto, giacerà in un luogo che è ovunque e da nessuna parte? Bisogna soltanto essere grati.
Una grazia: cos’è una grazia, se non qualcosa di buono che ho ricevuto, e che una volta ricevuto diventa parte di me, indissolubile e indistinguibile? Non c’è più traccia del donare, e quindi il dono è perfetto.
La mente che pensa e si esprime non può certo fingere di non esistere, ma nemmeno può pensarsi sradicata da quella landa di carne di cui è fatto l’impero dei sentimenti. La mente è una gran piccola cosa: il sole ardente che fa brillare la mossa superficie dei pensieri è quel possente desiderio che mi appartiene, di cui posso ben dire una volta per tutte: è mio, è il mio desiderio.
Allora io voglio che questa mia carne sia espressione indissolubile e indistinguibile dei doni che il mondo mi ha fatto. Voglio che la mia pelle odori di acqua di lago e di torrente, e abbia i colori e le trame del legno umido e vitale.
Chi possiede il desiderio cerca la grazia come un condannato a morte, ma lungi dall’essere una condanna, nessuno è vittima del proprio desiderio, nessuno è schiavo di esso. Perché cosa c’è di più umano che cercare la grazia, e come potremmo dirci umani se già avessimo la grazia, quando invece saremmo soltanto degli dei ?
La limpida superficie di un calmo specchio d’acqua cela la grazia cui anela il mio più profondo desiderio: questo specchio d’acqua si chiama lanca. A monte e a valle di una lanca l’acqua torna a scorrere impetuosa, a infrangersi contro le rocce e a scavare il fondo del proprio scorrere: a rigore dovremmo parlare di tregua, ma una lanca è davvero immagine di pace.
Solo, lontano da una qualunque traccia di civiltà, immergermi nelle acque di quella lanca: quanto coraggio dovrei avere, quanta paura di morire, non riuscire a toccare il fondo coi piedi, essere abbracciati dal gelo cristallino, quanto senso in tutto ciò..
Ma non credere ai pericoli: di cosa hai paura veramente? D’accordo, non sono un provetto nuotatore: ma so stare a galla, so muovermi nell’acqua. Riesco a tollerare il freddo, forse anche il gelido, per quanto mi è possibile. Non sarebbe la prima volta che ti immergi in acque simili a quelle. Domandati allora: cosa c’è di diverso? Che nessuno potrebbe aiutarti se ne avessi bisogno? Ma hai già risposto che queste cose le sapresti fare: perché mai dovresti avere bisogno?
E allora, di cosa hai paura veramente?
Ebbene, sento di non avere ancora il linguaggio per dirlo; ma penso che il senso profondo di questa esperienza sarà svelato quando avrò individuato la distanza che separa l’orrore dalla meraviglia.

wolfsheep[en_US for the english version  click here (link to be activated)]
C’è questo di interessante nelle culture, che se per alcuni un qualche oggetto o animale o cosa in generale può avere una accezione negativa, per altri invece può darsi il contrario.
E che sia possibile anche – in certa misura – fornire delle ragioni a queste differenze, ammesso poi che si voglia accettarle o meno.
Lupus in fabula : lupi e orsi, le beste feroci per eccellenza, nella nostra cultura occidentale e latina, raramente hanno goduto di buona fama. Ad essi spetta il dominio su quei territori che l’uomo medievale, quantomeno l’uomo dell’Alto Medioevo, ha temuto e proprio per questo rispettato: le silvae, la selva selvaggia, aspra e forte, la silva che fa da grande madre a tutte le creature che la abitano, cui basta un aggettivo per rivendicarne la maternità : silvaticus, da cui selvatico selvaggio.
Selvatico come di ciò che si contrappone al domestico, che dunque accetta padrone anziché vivere l’aspra solitudine che spetta alle creature libere.
Una certa tradizione vuole che sia il leone il re della foresta, va anche detto che ormai nel medioevo occidentale il leone è più animale allegorico, simbolico o altro, che presenza reale della vita quotidiana : almeno in età romana lo si poteva ammirare mentre divorava cristiani nell’arena.
Il lupo invece è presenza costante in una selva che la decadenza della civiltà romana e le violenze delle invasioni barbariche hanno portato ad espandersi un po’ ovunque, a scapito di coltivazioni da tempo lasciate a se stesse.
Va da sé che, vedendosi l’uomo assottigliati di molto i confini tra la mera sopravvivenza e il collasso totale, sia tornato a temere il lupo come avversario reale, temibile, non solo nei remoti pascoli di montagna (che a quell’epoca forse nemmeno esistevano); non più quindi il benevolo allevatore dei padri di Roma.. Non c’è da spiegarsi a lungo come possa aver attirato su di sé le maledizioni di ogni villaggio, e fatto nascere e crescere attorno a sé tutto quel corpus di leggende folkloristiche che hanno fatto la fortuna di illustratori  e cartoonists moderni e contemporanei.

Ma leggendo la Historia Langobardorum di Paolo Diacono ci si imbatte in un prezioso, singolare episodio in cui il lupo, una volta tanto, non è quel minaccioso nemico del pastore di ovini, o ladro di porcelli o uccisore di fanciulle o vecchie che una tradizione ingiusta ci tramanda.
Paolo (in IV-37) racconta delle proprie origini, di come il suo avo Lupechis giunse in Italia dalla Pannonia, unitamente al popolo tutto dei Longobardi, di come questi lasciò cinque figli, di come questi figli furono fatti prigionieri dagli Avari e portati via dall’Italia.
Lopichis, il più giovane dei cinque, decide di lasciarsi alle spalle quella misera vita e se ne torna in cerca dell’Italia, della terra natìa (per un Longobardo!), quella che nelle epoche successive sarà chiamata Heimat, sorgente di ogni nostalgia.
Possiamo immaginare quanta strada egli abbia fatto nelle foreste dell’Europa centrale, dal Danubio al Friuli. Ecco che per lungo tempo diventa suo compagno di viaggio un lupo, il quale

andava avanti a lui e di frequente si volgeva a guardarlo, e si fermava quando egli si fermava, e proseguiva quando egli andava avanti..

Naturalmente Lopichis pensa che il lupo gli sia stato mandato da Dio (!), per indicargli la strada del ritorno. Lupo e uomo proseguono per lungo tempo, finché Lopichis, allo stremo delle forze per via della fame, non cerca di uccidere il lupo per mangiarselo: curioso scambio di ruoli!
Al che ovviamente il lupo fugge ma, a differenza del protagonista di “To build a fire” (di Jack London), Lopichis non solo non trova la morte ma per mezzo di un sogno viene rincuorato e gli viene nuovamente mostrata la via del ritorno.
Insomma tutto è bene quel che finisce bene, più o meno (al suo ritorno, Lopichis troverà le proprie terre usucapite da altri).
Ora, perché proprio il lupo e non, che so, un cervo, una lepre, o magari un cane, o persino un leone? Una possibile spiegazione mi sembra la seguente : i Longobardi sono un popolo di stirpe germanica, popolo guerriero, per nulla contadino (lavorare la terra, così la pensa un libero guerriero longobardo, è compito da servi), ed è chiaro come l’orgoglio di un popolo guerriero imponga all’uomo di non accettare mai l’aiuto di una bestia umile e servile, ma solamente di una fiera (come aggettivo, e come sostantivo).
Si legge altrove che i Longobardi amavano darsi nomi di belve feroci, e in effetti l’attenzione che il mondo germanico-longobardo ha avuto nei confronti di queste creature è testimoniato da numerosi dei loro nomi propri : si va da Arnoldo (“potente come un’aquila”), a Berengario (“orso con la lancia”), giusto per citarne due, ma c’è gloria anche per le aquile. Qualora poi si provi a considerare il lupo, si assiste a una proliferazione di nomi propri : di Astolfo (Aistulf in longobardo) si dice che sia un “lupo valoroso”, ma ci sono anche Atenulf (“nobile lupo”), e ancora Gisulf, Gandulf, Adalulf.. E’ abbastanza chiaro che tutti questi nomi siano composti e che il tema *ulf/wulf stia proprio per “lupo”, da cui tra l’altro non ci vuol molto a supporre parentele con l’inglese “wolf” ?
Conclusioni : non è detto che il lupo sia sempre “cattivo”..
..Ma d’altra parte, il lupo si comporta bene soltanto quando ad avvicinarlo è un suo simile, e cioè un “barbaro”.. In caso contrario, attenti a lui..